E così siamo qui.
Installati a casa di mio padre come patelle sullo scoglio, con quei pochi scatoloni che ci siamo portati da Roma, ancora mezzo pieni. Accampati, insomma.
il papà ha iniziato il nuovo lavoro e io vago coi bimbi nel limbo a metà strada tra la vacanza e la nuova vita. Cerco di non stravolgere troppo le loro giovani vite e le poche loro abitudini, ma non è facile. Gran parte della difficoltà deriva, oltre che dal mio pessimo carattere ereditato direttamente da mio padre, colui che appunto ora ci ospita, dal fatto di non avere più un nostro spazio, una casa nostra dove essere la famiglia caotica e primitiva che ci piace tanto essere. Per carità è bello stare in mezzo ad un andirivieni di gente, ma non aiuta l' inserimento nella nuova realtà, e non aiuta nemmeno a sentirsi all'inizio di una nuova vita invece che in una specie di vacanza....
beh prima o poi ci sistemeremo, questo è certo.
Però, ecco, riflettevo sull'importanza di stare Noi Quattro. Di essere compatti e autonomi, e liberi. Perché è bello far crescere i bimbi vicino alla famiglia, ed è bello poter contare su tanti volenterosi al bisogno, ma non se poi il nucleo originario in qualche modo finisce per allentarsi, per disperdersi nella "mollezza".... Per me, abituata a fare tutto da sola, starmene a casa di mio padre non è facile. Mi sembra che mi manchi la spina dorsale di madre coraggio che finora mi ha sostenuta!
(sì lo so, sono una frignona)
Comunque stiamo bene, ce la facciamo. Sono io che ho bisogno di fare il punto della situazione a suon di lamentele!
È bello rendersi conto di quanto sia importante la propria famiglia, quella che si è creata con amore e dedizione, sconsideratezza e sudore della fronte.
È bello vedere che non si può tornare indietro, non più.
È una gioia accorgersi che tutto, tutto è cambiato, anche quando sembrava che il tempo si fosse fermato cinque anni fa.
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lunedì 11 febbraio 2013
mercoledì 11 maggio 2011
Odio chiedere aiuto (preferisco fare da sola)
Io non sono una che chiede aiuto facilmente. mi dà proprio fastidio sentirmi in qualche modo inferiore, impotente. odio chiedere favori, supplicare il papà di fare i buchi al muro col trapano, chiedere a mia sorella di tenermi pupone mentre faccio la doccia, chiedere ad un collega di sostituirmi, alla verduraia di mettermi da parte le fave quando le arrivano. ho chiesto veramente aiuto solo una volta nella vita, quando stavo male e avevo bisogno di un terapeuta, ma è stato più un vomitare addosso a qualcuno le mie angosce senza spiegazione, che un chiedere un favore.
amo l'idea di occuparmi da sola di pupone col papà, non ho bisogno di nonne, zie, cugine e amiche a darmi il cambio quando sbando o ad accompagnarmi dal pediatra o a comprargli i vestitini. e poi, diciamolo, non tollero ingerenze di nessun tipo.
le decisioni più importanti della mia vita le ho prese da sola, e da sola mi sono presa i rischi e le incertezze.
ora che sto cercando disperatamente lavoro, però, mi sono ritrovata più di una volta a interpellare persone più esperte, più inserite, più grandi di me per un consiglio o, anche, per essere "inserita" a mia volta. io mando giù quella brutta sensazione che mi dà il sollecitare aiuti di qualsiasi tipo, lo faccio in nome dell'amore per la mia famiglia, sostanzialmente. per dare più certezze a mio figlio, per aiutare il papà, per non appoggiarmi più a mio padre.
con la morte nel cuore mi sono ritrovata a chiedere più o meno esplicitamente se non ci fosse la possibilità di essere presentata, di fare un colloquio, di avere una dritta qualunque. non voglio niente di illecito, però forse una corsia preferenziale talvolta l'ho desiderata, quantomeno perchè da sola, davvero, finora non ce l'ho fatta. non dico chissà che. anche un lavoro semplice, intanto che continuo a studiare, a specializzarmi, e che i miei sogni di gloria stannomoribondi a riposo da qualche parte nella mia mente, nutriti ogni tanto con una manciata di illusioni, come mangime per le galline.
e mi vergogno. ogni volta mi schiaffeggerei.
e sono sempre qui.
con la sensazione fortissima che non accadrà un bel niente, perchè il mio karma è che devo fare le cose da sola. davvero. continuare come ho sempre fatto, per orgoglio o per cocciutaggine.
non è che sono più frustrata ora di prima, sono solo più disillusa, che è una parola che sto usando un po' troppo spesso, ultimamente. disillusa e disincantata.
certa che le cose le otterrò, se le otterrò, un giorno, per caso o per fortuna o per forza di un mio impegno sovrumano.
però mi dico, allora è vero. che difficilmente gli altri ti possono aiutare, anche se hanno le migliori intenzioni. a meno che non abbia qualche santo in paradiso (o in parlamento, o al vaticano!), le cose importanti stanno già sulla tua strada, devi soltanto continuare a percorrerla.
forse è colpa anche mia, forse in qualche modo "respingo" gli aiuti, inconsciamente.
...da vera sarda :)
amo l'idea di occuparmi da sola di pupone col papà, non ho bisogno di nonne, zie, cugine e amiche a darmi il cambio quando sbando o ad accompagnarmi dal pediatra o a comprargli i vestitini. e poi, diciamolo, non tollero ingerenze di nessun tipo.
le decisioni più importanti della mia vita le ho prese da sola, e da sola mi sono presa i rischi e le incertezze.
ora che sto cercando disperatamente lavoro, però, mi sono ritrovata più di una volta a interpellare persone più esperte, più inserite, più grandi di me per un consiglio o, anche, per essere "inserita" a mia volta. io mando giù quella brutta sensazione che mi dà il sollecitare aiuti di qualsiasi tipo, lo faccio in nome dell'amore per la mia famiglia, sostanzialmente. per dare più certezze a mio figlio, per aiutare il papà, per non appoggiarmi più a mio padre.
con la morte nel cuore mi sono ritrovata a chiedere più o meno esplicitamente se non ci fosse la possibilità di essere presentata, di fare un colloquio, di avere una dritta qualunque. non voglio niente di illecito, però forse una corsia preferenziale talvolta l'ho desiderata, quantomeno perchè da sola, davvero, finora non ce l'ho fatta. non dico chissà che. anche un lavoro semplice, intanto che continuo a studiare, a specializzarmi, e che i miei sogni di gloria stanno
e mi vergogno. ogni volta mi schiaffeggerei.
e sono sempre qui.
con la sensazione fortissima che non accadrà un bel niente, perchè il mio karma è che devo fare le cose da sola. davvero. continuare come ho sempre fatto, per orgoglio o per cocciutaggine.
non è che sono più frustrata ora di prima, sono solo più disillusa, che è una parola che sto usando un po' troppo spesso, ultimamente. disillusa e disincantata.
certa che le cose le otterrò, se le otterrò, un giorno, per caso o per fortuna o per forza di un mio impegno sovrumano.
però mi dico, allora è vero. che difficilmente gli altri ti possono aiutare, anche se hanno le migliori intenzioni. a meno che non abbia qualche santo in paradiso (o in parlamento, o al vaticano!), le cose importanti stanno già sulla tua strada, devi soltanto continuare a percorrerla.
forse è colpa anche mia, forse in qualche modo "respingo" gli aiuti, inconsciamente.
...da vera sarda :)
mercoledì 12 gennaio 2011
Addormentamento: seno o... piuttosto, QUALUNQUE altro espediente??
alle prese per l'ennesima volta con dubbi e mistificazioni.
brevemente:
pupone piange di notte.
io risolvo sempre tirando su da lettino e attaccando a tetta.
Supermamma che è in me dice "così lo vizi! si abitua a tetta e autonomia (tue e sua) by bye!"
Mamma Conciliante (sempre in me) dice "ma pupone dieci mesi soltanto, piccolo! lasciagli tetta, quando cresce dorme anche senza"
ok, abbandono la sintassi da Ibrahimovic (mmmmmh, Ibrahimovic....)
probabilmente la faccio più lunga e complicata di quel che è. probabilmente educare un bimbo di dieci mesi ad addormentarsi senza seno, benchè serva ad incrementare l'autonomia della mamma, nel migliore dei casi non ha particolari riflessi sul bimbo stesso, che semplicemente abbandona un'abitudine per un'altra (ninna-nanna, ciuccio, abbraccio, carillon), ma nel peggiore fa perdere al piccolo un importante riferimento per la sua sicurezza, di cui non è ancora pronto a fare a meno.
forse c'è troppa cultura dell'autonomia dei bambini, e questa cultura si diffonde in modo indiscriminato, senza considerare un dato fondamentale e cioè l'ETA' del piccolo. va benissimo che un bimbo di due anni si sappia addormentare con altri sistemi, pena anche la scarnificazione del petto materno, ma per un diecimesenne, per quanto ai nostri occhi sembri sviluppato, sveglio e forte fisicamente, il contatto con la mamma è ancora fondamentale.
tutto questo per dire che la notte scorsa, dopo tre quarti d'ora di lotta dalle 5,30 alle 6,15 per cercare di far dormire pupone senza per forza mettermelo nel lettone e attaccarlo al seno (in preda, io, a un'inspiegabile possessione da Supermamma), e dopo averle provate TUTTE, alla fine ho ceduto e il bimbo si è addormentato all'istante.
io sto bene con lui, non i dà fastidio. solo mi domando se sto facendo il suo bene.
ps: mentre scrivevo, il piccolo in questione si è addormentato da solo e in silenzio sul seggiolone.
come se volesse dirmi "vedi che se voglio lo so fare, mamma?"
brevemente:
pupone piange di notte.
io risolvo sempre tirando su da lettino e attaccando a tetta.
Supermamma che è in me dice "così lo vizi! si abitua a tetta e autonomia (tue e sua) by bye!"
Mamma Conciliante (sempre in me) dice "ma pupone dieci mesi soltanto, piccolo! lasciagli tetta, quando cresce dorme anche senza"
ok, abbandono la sintassi da Ibrahimovic (mmmmmh, Ibrahimovic....)
probabilmente la faccio più lunga e complicata di quel che è. probabilmente educare un bimbo di dieci mesi ad addormentarsi senza seno, benchè serva ad incrementare l'autonomia della mamma, nel migliore dei casi non ha particolari riflessi sul bimbo stesso, che semplicemente abbandona un'abitudine per un'altra (ninna-nanna, ciuccio, abbraccio, carillon), ma nel peggiore fa perdere al piccolo un importante riferimento per la sua sicurezza, di cui non è ancora pronto a fare a meno.
forse c'è troppa cultura dell'autonomia dei bambini, e questa cultura si diffonde in modo indiscriminato, senza considerare un dato fondamentale e cioè l'ETA' del piccolo. va benissimo che un bimbo di due anni si sappia addormentare con altri sistemi, pena anche la scarnificazione del petto materno, ma per un diecimesenne, per quanto ai nostri occhi sembri sviluppato, sveglio e forte fisicamente, il contatto con la mamma è ancora fondamentale.
tutto questo per dire che la notte scorsa, dopo tre quarti d'ora di lotta dalle 5,30 alle 6,15 per cercare di far dormire pupone senza per forza mettermelo nel lettone e attaccarlo al seno (in preda, io, a un'inspiegabile possessione da Supermamma), e dopo averle provate TUTTE, alla fine ho ceduto e il bimbo si è addormentato all'istante.
io sto bene con lui, non i dà fastidio. solo mi domando se sto facendo il suo bene.
ps: mentre scrivevo, il piccolo in questione si è addormentato da solo e in silenzio sul seggiolone.
come se volesse dirmi "vedi che se voglio lo so fare, mamma?"
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giovedì 15 luglio 2010
Se ce la facciamo è un miracolo
stamattina sono uscita per fare delle cosucce pre-partenza tipo pagare le bollette scadute da settimane, comprare roba varia per il mare (e sonaglino per il nano nella speranza che si distragga a guardare l'elefantino contenente le palline colorate, durante il lunghissimo viaggio), accaparrarmi abitini copricostume rimasti dopo i saldi (il che la dice lunga sulla loro appetibilità)...
poi a casa ho fatto qualcosa come quattrocento lavatrici, delle quali trecentoventi contenevano bermuda estivi del Papà, ho levato dal frigo la roba scaduta o che non consumeremo nei prossimi due giorni, ho pulito il pulibile e organizzato l'organizzabile...
partiamo dopodomani, ascoltatemi bene, con UNA macchina, UN neonato su seggiolino, DUE cani (ebbene sì siore e siori), un minimo di TRE/QUATTRO borsoni, UN passeggino modello Suv (la Janè fa roba per possessori di jeep o di cingolati), ciotole e cucce canine, borsa con nècessaire del pupone per il viaggio e, naturalmente in macchina ci siamo anche noi DUE adulti...
attenzione perchè il portapacchi non lo montiamo, che, testuali parole del Papà, "rovina l'aerodinamicità".
ce n'è abbastanza per farsi venire le convulsioni, o no???
sospetto fortemente che la finiremo così:
prima possibilità: dopo aver tentato per due ore di stipare tutto e tutti in macchina, provando ogni combinazione possibile, finisce che dobbiamo tirar fuori la mia auto e ci facciamo il viaggio separatamente, il che significa che io mi ripasso, per tutti i seicento chilometri che ci separano dalla destinazione, tutti ma proprio tutti i santi del calendario;
seconda possibilità: IO rinuncio al mio borsone e mi riduco a mettere due mutande e la piastra per capelli nel borsone del pupone. dei centoventisette bermuda del Papà, ne portiamo solo dodici. i cani ci seguono correndo lungo la corsia d'emergenza, portandosi sulla schiena ciascuno la sua ciotola e il sacco dei croccantini.
forse è inutile aggiungere che, mentre io mi arrovello cercando la soluzione di questo impossibile rompicapo, il Papà, felice dell'imminente partenza per il mare, pensa a fare benzina.
aiuto..
poi a casa ho fatto qualcosa come quattrocento lavatrici, delle quali trecentoventi contenevano bermuda estivi del Papà, ho levato dal frigo la roba scaduta o che non consumeremo nei prossimi due giorni, ho pulito il pulibile e organizzato l'organizzabile...
partiamo dopodomani, ascoltatemi bene, con UNA macchina, UN neonato su seggiolino, DUE cani (ebbene sì siore e siori), un minimo di TRE/QUATTRO borsoni, UN passeggino modello Suv (la Janè fa roba per possessori di jeep o di cingolati), ciotole e cucce canine, borsa con nècessaire del pupone per il viaggio e, naturalmente in macchina ci siamo anche noi DUE adulti...
attenzione perchè il portapacchi non lo montiamo, che, testuali parole del Papà, "rovina l'aerodinamicità".
ce n'è abbastanza per farsi venire le convulsioni, o no???
sospetto fortemente che la finiremo così:
prima possibilità: dopo aver tentato per due ore di stipare tutto e tutti in macchina, provando ogni combinazione possibile, finisce che dobbiamo tirar fuori la mia auto e ci facciamo il viaggio separatamente, il che significa che io mi ripasso, per tutti i seicento chilometri che ci separano dalla destinazione, tutti ma proprio tutti i santi del calendario;
seconda possibilità: IO rinuncio al mio borsone e mi riduco a mettere due mutande e la piastra per capelli nel borsone del pupone. dei centoventisette bermuda del Papà, ne portiamo solo dodici. i cani ci seguono correndo lungo la corsia d'emergenza, portandosi sulla schiena ciascuno la sua ciotola e il sacco dei croccantini.
forse è inutile aggiungere che, mentre io mi arrovello cercando la soluzione di questo impossibile rompicapo, il Papà, felice dell'imminente partenza per il mare, pensa a fare benzina.
aiuto..
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mercoledì 16 giugno 2010
Il mio allattamento. Ho scalato la montagna
Ho talmente tante cose da dire che non so da dove iniziare.
ma mi sono resa conto che non ho ancora scritto nulla a proposito dell'allattamento. eppure è uno degli argomenti che più mi sta a cuore, tra tutti quelli inerenti la maternità.
sin da quando ero incinta ho sempre saputo che avrei voluto allattare. bella forza, direte voi.
quando il pupone è nato ci abbiamo provato subito, e la sensazione della sua boccuccia appena nata che si posa sul capezzolo e inizia timidamente a tirare mentre il mondo intorno si ferma attonito, no, quella non la dimenticherò mai.
(come non dimenticherò il gesto dell'ostetrica che mi strizza tra due dita il capezzolo e lo ficca letteralmente in bocca al pupone per velocizzare la pratica...).
finchè eravamo in ospedale le cose sembravano facili e leggere. pure troppo. con le mie compagne di stanza ci guardavamo l'un l'altra un po' spaesate. ciascuna col suo neonato più o meno attaccato al seno, ci confrontavamo e rassicuravamo a vicenda (puericultrici inesistenti).
mi dicevo "non può essere questo l'allattamento, una cosa così, quasi impercettibile. ci dev'essere qualcos'altro".
il qualcos'altro si è palesato il quarto giorno dopo il parto. con una montata lattea a dir poco esagerata, che ha fatto strabuzzare gli occhi al mio compagno (i cui istinti di accoppiamento sono stati immediatamente sedati da un ruggito spaventoso) e che a me ha fatto capire che i giochi stavano avendo inizio.
non mi rigiravo nel letto se non a pena di sofferenze immani. questi due dirigibili rossi e pesanti e duri come marmo mi impedivano di fare qualunque movimento che coinvolgesse il tronco. il bimbo si attaccava sempre, ma la sua forza non era sufficiente a svuotare neanche in minima parte i seni.
e poi c'erano le ragadi. il sangue dai capezzoli, e nel rigurgitino del bambino, roba da svenire per l'impressione.
facevo impacchi di acqua calda, massaggi e massaggini, ma intanto il dolore c'era sempre e la notte avevo preso a sudare tremendamente. a sudare e a perdere occasionalmente del latte infradiciando il letto.
ingorgo mammario.
e poi mastite.
una notte mi sveglio in preda a brividi indicibili, non riuscivo a uscire dalle coperte, battevo i denti disperata. febbre a 39,5. compagno incredulo e spaesato, "che si fa?.
non so come il medico generico che è in me ha capito che cosa dovevo fare, e pur senza che nessuno me l'avesse mai detto ho ingollato una tachipirina, acchiappato il tiralatte (altro colpo di genio: chi mai mi ha suggerito di prenderne uno? nessuno!)e piangendo per il dolore ho iniziato a tirarmi ettolitri di latte, che poi il papà, sconvolto dalla visione di questa pazza sudata che si spremeva i seni senza pietà con questo congegno terrificante, dava al nano, ben felice di satollarsi senza grande sforzo. almeno si addormentava, consentendomi di riprendere il tiraggio.
e così sono andate avanti per un po' le mie giornate (e le notti): allatta il piccolo, tirati il latte, massaggiati e ricomincia. ogni volta, tantissimo latte.
la febbre andava e veniva, salendomi all'improvviso senza nessuna avvisaglia, ma ormai avevo capito cosa fare. la ginecologa l'ho chiamata e mi ha prescritto un antinfiammatorio, ma il peggio era passato.
e abbiamo avviato, il mio collaborativo pupone ed io, un allattamento felice e regolare, che lo fa crescere tanto e bene. che meraviglia poter rispondere, a chi mi chiede che latte gli do, "il mio".
perchè questo resoconto?
perchè ieri pensavo che sono stata brava. diamine, sì.
io, che non sono mai indulgente con me stessa, mi sono detta "brava".
brava perchè ho continuato, nonostante il dolore e l'angoscia delle prime settimane.
brava perchè non mi è mai passato per la mente di rinunciare. e lo dico nonostante capisca pienamente quelle donne che, sopraffatte dalla difficoltà e dal dolore magari sommati al fatto di avere "poco latte", si convertono al latte artificiale (l'importante è essere serene. allattare non deve essere occasione di frustrazione e sede di rancore).
brava perchè per la prima volta mi sono data completamente a mio figlio. l'ho fatto solo per lui. il mio unico pensiero era farlo stare bene, e se per farlo dovevo annullarmi per qualche settimana, che mi annullassi pure. suona forzato e drastico, ma io l'ho vissuta come una prova d'amore. non mi considero una talebana della tetta, ma per settimane ho vissuto in funzione dell'allattamento, in preda a una specie di trance. dovevo svuotarmi per poi riempirmi di nuovo e allenare questi benedetti dotti galattofori che si ostruivano sempre. ce l'ho fatta. è stato un lavoro vero e proprio, e ancora lo è.
ho imparato a far attaccare il bambino a seconda di dove c'era bisogno di "liberare", a riconoscere i primissimi sintomi di ingorgo, a tirarmi il latte senza soffrire (anzi, alla fine era quasi divertente). e presto lui ha acquisito forza sufficiente a far accantonare il tiralatte (l'ho rivisto l'altro giorno in fondo ad un armadio e mi è sembrato che fosse secoli fa che ce l'avevo sul comodino).
brava perchè ho fatto tutto da sola. con le zie che da oltretirreno elargivano consigli sempre diversi, che non ho seguito. ho fatto come il corpo e l'istinto mi suggerivano, e ho fatto bene. ero un tutt'uno di sensazioni primitive e competenza scientifica, che mi hanno guidato verso la soluzione del problema.
a distanza di tre mesi e mezzo, mio figlio continua a mangiare ogni tre ore e mezza. è faticoso, soprattutto con il caldo, ma vivo questi momenti pensando che in futuro mi mancheranno. mi mancherà questa intimità, questa comunione di intenti con questo bambino tondo e morbido che ha imparato a farsi capire con uno sguardo. un'occhiata e via, sono tetta all'aria, e lui mi acchiappa coi pugnetti e lasciandosi guidare dal naso trova lui il capezzolo.
ho scritto un trattato, non so se un giorno sarà utile a qualcuna che per caso capiterà da queste parti facendo ricerche sull'allattamento (io ho fatto così, tra l'altro).
fondamentalmente, l'ho fatto per gratificarmi.
in un periodo in cui mi sento invisibile all'occhio umano, celata dallo splendore e dalla tenerezza di un bimbo che ho pur sempre partorito io, mi dò una fraterna e complice pacca sulla spalla da sola.
avevo una montagna davanti a me, l'ho scalata sotto le intemperie e, tutta sola, ho guadagnato la vetta.
brava.
ma mi sono resa conto che non ho ancora scritto nulla a proposito dell'allattamento. eppure è uno degli argomenti che più mi sta a cuore, tra tutti quelli inerenti la maternità.
sin da quando ero incinta ho sempre saputo che avrei voluto allattare. bella forza, direte voi.
quando il pupone è nato ci abbiamo provato subito, e la sensazione della sua boccuccia appena nata che si posa sul capezzolo e inizia timidamente a tirare mentre il mondo intorno si ferma attonito, no, quella non la dimenticherò mai.
(come non dimenticherò il gesto dell'ostetrica che mi strizza tra due dita il capezzolo e lo ficca letteralmente in bocca al pupone per velocizzare la pratica...).
finchè eravamo in ospedale le cose sembravano facili e leggere. pure troppo. con le mie compagne di stanza ci guardavamo l'un l'altra un po' spaesate. ciascuna col suo neonato più o meno attaccato al seno, ci confrontavamo e rassicuravamo a vicenda (puericultrici inesistenti).
mi dicevo "non può essere questo l'allattamento, una cosa così, quasi impercettibile. ci dev'essere qualcos'altro".
il qualcos'altro si è palesato il quarto giorno dopo il parto. con una montata lattea a dir poco esagerata, che ha fatto strabuzzare gli occhi al mio compagno (i cui istinti di accoppiamento sono stati immediatamente sedati da un ruggito spaventoso) e che a me ha fatto capire che i giochi stavano avendo inizio.
non mi rigiravo nel letto se non a pena di sofferenze immani. questi due dirigibili rossi e pesanti e duri come marmo mi impedivano di fare qualunque movimento che coinvolgesse il tronco. il bimbo si attaccava sempre, ma la sua forza non era sufficiente a svuotare neanche in minima parte i seni.
e poi c'erano le ragadi. il sangue dai capezzoli, e nel rigurgitino del bambino, roba da svenire per l'impressione.
facevo impacchi di acqua calda, massaggi e massaggini, ma intanto il dolore c'era sempre e la notte avevo preso a sudare tremendamente. a sudare e a perdere occasionalmente del latte infradiciando il letto.
ingorgo mammario.
e poi mastite.
una notte mi sveglio in preda a brividi indicibili, non riuscivo a uscire dalle coperte, battevo i denti disperata. febbre a 39,5. compagno incredulo e spaesato, "che si fa?.
non so come il medico generico che è in me ha capito che cosa dovevo fare, e pur senza che nessuno me l'avesse mai detto ho ingollato una tachipirina, acchiappato il tiralatte (altro colpo di genio: chi mai mi ha suggerito di prenderne uno? nessuno!)e piangendo per il dolore ho iniziato a tirarmi ettolitri di latte, che poi il papà, sconvolto dalla visione di questa pazza sudata che si spremeva i seni senza pietà con questo congegno terrificante, dava al nano, ben felice di satollarsi senza grande sforzo. almeno si addormentava, consentendomi di riprendere il tiraggio.
e così sono andate avanti per un po' le mie giornate (e le notti): allatta il piccolo, tirati il latte, massaggiati e ricomincia. ogni volta, tantissimo latte.
la febbre andava e veniva, salendomi all'improvviso senza nessuna avvisaglia, ma ormai avevo capito cosa fare. la ginecologa l'ho chiamata e mi ha prescritto un antinfiammatorio, ma il peggio era passato.
e abbiamo avviato, il mio collaborativo pupone ed io, un allattamento felice e regolare, che lo fa crescere tanto e bene. che meraviglia poter rispondere, a chi mi chiede che latte gli do, "il mio".
perchè questo resoconto?
perchè ieri pensavo che sono stata brava. diamine, sì.
io, che non sono mai indulgente con me stessa, mi sono detta "brava".
brava perchè ho continuato, nonostante il dolore e l'angoscia delle prime settimane.
brava perchè non mi è mai passato per la mente di rinunciare. e lo dico nonostante capisca pienamente quelle donne che, sopraffatte dalla difficoltà e dal dolore magari sommati al fatto di avere "poco latte", si convertono al latte artificiale (l'importante è essere serene. allattare non deve essere occasione di frustrazione e sede di rancore).
brava perchè per la prima volta mi sono data completamente a mio figlio. l'ho fatto solo per lui. il mio unico pensiero era farlo stare bene, e se per farlo dovevo annullarmi per qualche settimana, che mi annullassi pure. suona forzato e drastico, ma io l'ho vissuta come una prova d'amore. non mi considero una talebana della tetta, ma per settimane ho vissuto in funzione dell'allattamento, in preda a una specie di trance. dovevo svuotarmi per poi riempirmi di nuovo e allenare questi benedetti dotti galattofori che si ostruivano sempre. ce l'ho fatta. è stato un lavoro vero e proprio, e ancora lo è.
ho imparato a far attaccare il bambino a seconda di dove c'era bisogno di "liberare", a riconoscere i primissimi sintomi di ingorgo, a tirarmi il latte senza soffrire (anzi, alla fine era quasi divertente). e presto lui ha acquisito forza sufficiente a far accantonare il tiralatte (l'ho rivisto l'altro giorno in fondo ad un armadio e mi è sembrato che fosse secoli fa che ce l'avevo sul comodino).
brava perchè ho fatto tutto da sola. con le zie che da oltretirreno elargivano consigli sempre diversi, che non ho seguito. ho fatto come il corpo e l'istinto mi suggerivano, e ho fatto bene. ero un tutt'uno di sensazioni primitive e competenza scientifica, che mi hanno guidato verso la soluzione del problema.
a distanza di tre mesi e mezzo, mio figlio continua a mangiare ogni tre ore e mezza. è faticoso, soprattutto con il caldo, ma vivo questi momenti pensando che in futuro mi mancheranno. mi mancherà questa intimità, questa comunione di intenti con questo bambino tondo e morbido che ha imparato a farsi capire con uno sguardo. un'occhiata e via, sono tetta all'aria, e lui mi acchiappa coi pugnetti e lasciandosi guidare dal naso trova lui il capezzolo.
ho scritto un trattato, non so se un giorno sarà utile a qualcuna che per caso capiterà da queste parti facendo ricerche sull'allattamento (io ho fatto così, tra l'altro).
fondamentalmente, l'ho fatto per gratificarmi.
in un periodo in cui mi sento invisibile all'occhio umano, celata dallo splendore e dalla tenerezza di un bimbo che ho pur sempre partorito io, mi dò una fraterna e complice pacca sulla spalla da sola.
avevo una montagna davanti a me, l'ho scalata sotto le intemperie e, tutta sola, ho guadagnato la vetta.
brava.
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