Si dice "stai attento a desiderare qualcosa, perché quel qualcosa rischia di avverarsi".
Io ne desidero e ne ho desiderate tante di cose, ma ultimamente (leggi: negli ultimi due anni) avevo un pensiero fisso: andare via da Roma.
Io in questa città non ho messo radici, non ci sono riuscita o forse non l'ho mai davvero voluto. Mi sembra di averci vissuto in apnea, senza lasciare tracce, confusa nella folla, nel traffico, guardandomi attorno sempre con quell'aria dell'ultima arrivata che non sa dove sistemarsi.
E poi i tempi interminabili per muovermi da dove abitiamo. La macchina sempre e comunque necessaria, per fare qualunque cosa.
Ma soprattutto, il futuro mi spaventava. Mi spaventava da non dormirci la notte. Dove avrei lavorato (se mai fossi riuscita a cominciare), quanto sarei stata lontana dai bimbi ogni giorno, quanto ci sarebbe costato l'asilo per tutti e due?
Come sarebbe stato per loro stare sempre lontani dai nonni, dalle famiglie, con noi due genitori sempre stanchi e tirati? (E' vero che io credo molto nella forza del nucleo familiare, e credo che per i bambini sia sano e giusto crescere con mamma e papà senza troppe interferenze...ma, appunto, senza subirne TROPPE, il che implica che qualche lieve intrusione può solo variegare il panorama cultural/educativ/sociale). :-)
So in ogni caso che sono difficoltà che si possono superare senza troppi traumi, ma ad un certo punto ho cominciato a chiedermi se fosse obbligatorio viverle.
Contemporaneamente, il papà ha iniziato a stancarsi, oltre che di macinare chilometri in moto sotto la pioggia ogni santo giorno, del suo lavoro. Voleva restare nell'azienda, anche se ultimamente non tira un'aria rassicurante, ma cambiare mansioni, e sede. Abbiamo iniziato a scandagliare le varie opzioni. Dopo lunghissima disamina, abbiamo scelto. Volevamo andare a vivere in Sardegna, a Cagliari, la mia città natale.
Per il clima.
Per il mare.
Per la famiglia, cui pupone è già molto legato.
Non da ultimo, per il lavoro del papà.
Dalla scelta alla disponibilità da parte dell'azienda di realizzarla, ci son voluti lunghi mesi, mesi durante i quali abbiamo, ma soprattutto HO tentennato, a volte convincendomi che non dovevamo (ma si sa che io sono "quella del ripensamento dell'ultimo momento"), a volte spingendo perché tutto accadesse subito.
E infatti tutto è accaduto subito, per la precisione nel giro di 24 ore abbiamo avuto la conferma, e nel giro di una settimana inizieremo la nostra nuova vita lì.
Per 6 mesi, in attesa di capire se il periodo di vacche magre dell'azienda del papà finirà o no.
Avevo bisogno di questo. Bisogno di lasciare Roma, questa casa che amo tanto ma è pur sempre troppo piccola, questo quartiere con la sua sola strada che porti da qualche parte, coi suoi abitanti che portano a spasso i cani giorno e notte.
Anche se è lo stesso quartiere che si affaccia su un parco meraviglioso, che ha l'aria pura e fresca, che solo a mettersi in macchina e a guidare un po' si arriva in posti bellissimi.
Volevo avere di più, per i miei bambini. Più spazio, più scelta, più gente intorno.
E, non da ultimo, volevo un cambiamento che mi scuotesse, mi desse una sferzata.
Vedete un po' se organizzare mezzo trasloco in meno di una settimana non è abbastanza una sferzata! :-)
Non so se laggiù come famiglia attecchiremo, ma credo di sì.
Mi piace tenermi aperto uno spiraglio, e dire che se non ci troveremo bene, se il lavoro del papà non andrà come deve, se avremo problemi con la casa etc, ce ne andremo senza troppi rimpianti a caccia di nuove avventure, felici di aver passato una fantastica primavera al mare, rilassati e coccolati.
Per il resto non cambia granché, non vi allarmate che io resto sempre qui coi miei post ogni tre o quattro mesi.... :-)
Cara Roma, non voglio sembrare ingrata: a conti fatti mi hai portato fortuna: hai accolto i miei due bambini, hai assistito alle mie prove tecniche di vita adulta, non hai lasciato che il papà e io ci disperdessimo ma anzi ci hai cullati nella nostra prima convivenza seria.
Mi hai lasciata scorrazzare per le tue strade senza lamentarti e senza ingelosirti, che ero pur sempre una terrona senza residenza romana sul suo motorino scalcagnato, hai curato me e i miei figli quando ce n'è stato bisogno, hai tollerato la mia manifesta ostilità.
Però abbi pazienza, non ci siamo prese proprio. Non facciamone una questione personale, sono certa che supererai lo smacco di essere abbandonata per la Sardegna, che in tutto il suo territorio conta un quinto dei tuoi abitanti.
Chissà, magari in futuro...
...o anche no!
A presto, comunque, che tanto sempre da qui si passa,
Giulia
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lunedì 28 gennaio 2013
lunedì 14 novembre 2011
Mio padre, un discorso, un antidoto
Mio padre ieri è andato a vedere un film e uscendo dal cinema mi ha telefonato. mi ha fatto un Discorso Motivazionale. in trentadue anni, saremo a quota tre, quattro. un Discorso Motivazionale mascherato da critica cinematografica.
mi rimprovera velatamente di non credere nei sogni, o di non averne.
l'ho detto.
ammetterlo a me stessa è stata dura, ma non importa più.
per mio padre, che davvero è un uomo eccezionale e un gran lavoratore stimato da tutti etc etc, avere una figlia che ha rinunciato al proprio sogno è un po' un 'offesa. soprattutto, ma questo lui non lo sa, perchè il sogno in questione era soprattutto il suo.
superare Il Difficilissimo Concorso. magari al quarto, quinto, sesto tentativo.
invece io dopo il primo ho detto basta. quella sera che ho posato la penna sul banco sotto lo sguardo fermo del poliziotto, mentre imbustavo il mio compito e camminavo verso il presidente della commissione, alla scadenza dell'ultimo secondo dell'ultimo minuto a disposizione, io ho detto "mai più".
e non c'entra la convivenza, non c'entrano i figli, non è che, se fossi rimasta a casa sotto la sua egida, sarebbe stato diverso.
o forse sì, ma non è questo il punto.
il punto è che si cambia. sono cambiata. un po' è cambiata la mia testa, un po' mi è cambiato il mondo intorno e ho dovuto correggere il tiro.
può darsi che, per quanto mio padre adori il suo nipotino, lui preferisse quella figlia che tornava a casa dal tribunale a orari assurdi, in tailleur e con la cartella gonfia, e si buttava a studiare.
ma io quella penna l'ho posata, fisicamente e metaforicamente, prima di deciderlo. di decidere di avere dei figli. prima di tutto. per questo non tollero di sentirmi dire, o insinuare, che la maternità mi ha rammollita.
il fatto è, me ne rendo conto solo ora, che io non ho rinunciato.
ho accettato, ho corretto il tiro, assecondando un istinto di sopravvivenza e autoconservazione che mi accompagna da molto tempo.
più semplicemente, quello non era il Mio Sogno. era un'idea, una proposta, un bel progetto, ma non il mio sogno, o se lo era ora non lo è più da tanto.
può darsi che non farò mai niente di grandioso nella vita, che farò una vita normale con un lavoro normale, e vorrei che capisse che va bene così. oh, se va bene. non è "l'applauso del mondo", come canta Fabi, il senso di tutto.
negli ultimi giorni abbiamo combattuto con la bronchite di pupone. tosse cavernosissima e febbre a quaranta. io gli tenevo la manina mentre tossiva e piangeva tenendosi la gola perchè gli faceva male, gli dosavo le medicine, controllavo che non si scoprisse la notte, cose che fa qualunque madre, e mille volte mi sono detta che non esiste nient'altro al mondo.
tutto il resto è, sarà, solo contorno. il lavoro che verrà sarà occasione di realizzazione e causa di stipendio, ma sono cambiata talmente in pochi anni che non posso immaginare di mettere sul fuoco niente di più dell'essenziale.
Se ci fosse un antidoto. a questa tristezza che ci prende per aver tradito le aspettative di chi amiamo, al disagio di stare al mondo così, senza difese, vestiti solo di amore, di riconoscenza, pur nell'incomprensione dei più... lo berrei d'un fiato.
o forse no.
mi rimprovera velatamente di non credere nei sogni, o di non averne.
l'ho detto.
ammetterlo a me stessa è stata dura, ma non importa più.
per mio padre, che davvero è un uomo eccezionale e un gran lavoratore stimato da tutti etc etc, avere una figlia che ha rinunciato al proprio sogno è un po' un 'offesa. soprattutto, ma questo lui non lo sa, perchè il sogno in questione era soprattutto il suo.
superare Il Difficilissimo Concorso. magari al quarto, quinto, sesto tentativo.
invece io dopo il primo ho detto basta. quella sera che ho posato la penna sul banco sotto lo sguardo fermo del poliziotto, mentre imbustavo il mio compito e camminavo verso il presidente della commissione, alla scadenza dell'ultimo secondo dell'ultimo minuto a disposizione, io ho detto "mai più".
e non c'entra la convivenza, non c'entrano i figli, non è che, se fossi rimasta a casa sotto la sua egida, sarebbe stato diverso.
o forse sì, ma non è questo il punto.
il punto è che si cambia. sono cambiata. un po' è cambiata la mia testa, un po' mi è cambiato il mondo intorno e ho dovuto correggere il tiro.
può darsi che, per quanto mio padre adori il suo nipotino, lui preferisse quella figlia che tornava a casa dal tribunale a orari assurdi, in tailleur e con la cartella gonfia, e si buttava a studiare.
ma io quella penna l'ho posata, fisicamente e metaforicamente, prima di deciderlo. di decidere di avere dei figli. prima di tutto. per questo non tollero di sentirmi dire, o insinuare, che la maternità mi ha rammollita.
il fatto è, me ne rendo conto solo ora, che io non ho rinunciato.
ho accettato, ho corretto il tiro, assecondando un istinto di sopravvivenza e autoconservazione che mi accompagna da molto tempo.
più semplicemente, quello non era il Mio Sogno. era un'idea, una proposta, un bel progetto, ma non il mio sogno, o se lo era ora non lo è più da tanto.
può darsi che non farò mai niente di grandioso nella vita, che farò una vita normale con un lavoro normale, e vorrei che capisse che va bene così. oh, se va bene. non è "l'applauso del mondo", come canta Fabi, il senso di tutto.
negli ultimi giorni abbiamo combattuto con la bronchite di pupone. tosse cavernosissima e febbre a quaranta. io gli tenevo la manina mentre tossiva e piangeva tenendosi la gola perchè gli faceva male, gli dosavo le medicine, controllavo che non si scoprisse la notte, cose che fa qualunque madre, e mille volte mi sono detta che non esiste nient'altro al mondo.
tutto il resto è, sarà, solo contorno. il lavoro che verrà sarà occasione di realizzazione e causa di stipendio, ma sono cambiata talmente in pochi anni che non posso immaginare di mettere sul fuoco niente di più dell'essenziale.
Se ci fosse un antidoto. a questa tristezza che ci prende per aver tradito le aspettative di chi amiamo, al disagio di stare al mondo così, senza difese, vestiti solo di amore, di riconoscenza, pur nell'incomprensione dei più... lo berrei d'un fiato.
o forse no.
martedì 13 settembre 2011
Prime confessioni da una seconda gravidanza
Oh, giuro che avevo una valanga di cose da scrivere, condividere, riversare su questo povero blog, di ritorno nella dura realtà romana dopo due mesi di trasferta sardo-pugliese.
e ora sono muta. ammutolita.
incinta.
sì, sono incinta, ma non ne sono affatto consapevole. alle ecografie mi stupisco sempre un po', ma che è mio quell'utero abitato, sul monitor?
me ne ricordo raramente, della gravidanza, quando devo reprimere il desiderio di una fetta di salame o quando i pantaloni non mi chiudono. quando mi alzo dal letto un po' troppo lesta e sento quelle scariche di dolore.
allora, la seconda gravidanza.
durante la prima, che lo dico a fare, camminavo a metri da terra. ero una ex debosciata che si godeva i propri mesi di gloria, che accarezzava la pancia con gli occhi socchiusi, che viveva per le ecografie.
ora sono una ex debosciata con un figlio di 18 mesi e incinta.
sono felice, certo che lo sono. ma questo bambino cresce e mi vive dentro senza che io gli dedichi i pensieri e l'energia che merita. c'è pupone, pupone everywhere. sono talmente pazza di mio figlio che non ho testa per altro. e ho una paura folle che questo continui anche dopo la nascita, anche se in fondo sento che non sarà così, che troverò spazio anche per il piccolo.
durante quest'estate ne ho sentite, di scemenze. di critiche perchè avevamo messo in cantiere così presto un altro bambino, di "povero pupone", di "dobbiamo coccolarcelo adesso, perchè poi..." . perchè poi COSA?, dicevo io. avrà un fratellino/sorellina? non sarà più il piccolo di casa? cosa, esattamente? a me sembrava di fargli il regalo più grande che si potesse, pensate un po'. a me sembrava che "salvarlo" dall'essere figlio unico fosse un dono.
mah.
l'unica cosa che riconosco, è la stanchezza. perchè lui ha, in effetti, ancora tanto bisogno di me, di qualcuno. perché ancora non andrà al nido, per una serie di motivi di cui un giorno parlerò.
non vedo via d'uscita, a questo. vedo giorni a venire in cui il pancione sarà sempre più -one e io sempre più goffa e impaziente. e vedo la me stessa peggiore pronta a sbucare fuori dall'angolo in cui l'avevo nascosta.
e vedo tutta la mia vita rimandata più in là, tutte le cose che vorrei fare rinviate di una anno almeno, nella migliore delle ipotesi di qualche mese soltanto. mi vedo in apnea, un po'.
ma sono felice. quando riesco a fermare nella mente il pensiero di questo cuoricino che mi batte dentro, quando penso a quando si muoverà e io lo sentirò e questo filo di comunicazione ci unirà ancora di più, quando immagino di tenere in braccio un fagottino pulsante, quando, soprattutto, supero le mie ansie, le paure per tutto quello che non so e che non posso controllare, allora sì, lo ammetto, sono felice.
siamo a tre mesi e mezzo, e non è vero che la pancia si vede di più la seconda volta, almeno non è vero per me. pancia piccola, seno grande (evvai). aspetto che questa gravidanza si renda visibile all'occhio umano, per godermela, per esibirla. per far fermare le macchine sulle strisce pedonali, per saltare le file al supermercato e alle poste.
per crederci io per prima.
in settimana faremo un'ecografia per vedere che combina l'esserino, per tranquillizzarmi e sentire che va tutto bene, ne ho bisogno.
intanto viviamo, vivo, riprendiamo i contatti con la realtà.
il che, giuro, non è poco.
e ora sono muta. ammutolita.
incinta.
sì, sono incinta, ma non ne sono affatto consapevole. alle ecografie mi stupisco sempre un po', ma che è mio quell'utero abitato, sul monitor?
me ne ricordo raramente, della gravidanza, quando devo reprimere il desiderio di una fetta di salame o quando i pantaloni non mi chiudono. quando mi alzo dal letto un po' troppo lesta e sento quelle scariche di dolore.
allora, la seconda gravidanza.
durante la prima, che lo dico a fare, camminavo a metri da terra. ero una ex debosciata che si godeva i propri mesi di gloria, che accarezzava la pancia con gli occhi socchiusi, che viveva per le ecografie.
ora sono una ex debosciata con un figlio di 18 mesi e incinta.
sono felice, certo che lo sono. ma questo bambino cresce e mi vive dentro senza che io gli dedichi i pensieri e l'energia che merita. c'è pupone, pupone everywhere. sono talmente pazza di mio figlio che non ho testa per altro. e ho una paura folle che questo continui anche dopo la nascita, anche se in fondo sento che non sarà così, che troverò spazio anche per il piccolo.
durante quest'estate ne ho sentite, di scemenze. di critiche perchè avevamo messo in cantiere così presto un altro bambino, di "povero pupone", di "dobbiamo coccolarcelo adesso, perchè poi..." . perchè poi COSA?, dicevo io. avrà un fratellino/sorellina? non sarà più il piccolo di casa? cosa, esattamente? a me sembrava di fargli il regalo più grande che si potesse, pensate un po'. a me sembrava che "salvarlo" dall'essere figlio unico fosse un dono.
mah.
l'unica cosa che riconosco, è la stanchezza. perchè lui ha, in effetti, ancora tanto bisogno di me, di qualcuno. perché ancora non andrà al nido, per una serie di motivi di cui un giorno parlerò.
non vedo via d'uscita, a questo. vedo giorni a venire in cui il pancione sarà sempre più -one e io sempre più goffa e impaziente. e vedo la me stessa peggiore pronta a sbucare fuori dall'angolo in cui l'avevo nascosta.
e vedo tutta la mia vita rimandata più in là, tutte le cose che vorrei fare rinviate di una anno almeno, nella migliore delle ipotesi di qualche mese soltanto. mi vedo in apnea, un po'.
ma sono felice. quando riesco a fermare nella mente il pensiero di questo cuoricino che mi batte dentro, quando penso a quando si muoverà e io lo sentirò e questo filo di comunicazione ci unirà ancora di più, quando immagino di tenere in braccio un fagottino pulsante, quando, soprattutto, supero le mie ansie, le paure per tutto quello che non so e che non posso controllare, allora sì, lo ammetto, sono felice.
siamo a tre mesi e mezzo, e non è vero che la pancia si vede di più la seconda volta, almeno non è vero per me. pancia piccola, seno grande (evvai). aspetto che questa gravidanza si renda visibile all'occhio umano, per godermela, per esibirla. per far fermare le macchine sulle strisce pedonali, per saltare le file al supermercato e alle poste.
per crederci io per prima.
in settimana faremo un'ecografia per vedere che combina l'esserino, per tranquillizzarmi e sentire che va tutto bene, ne ho bisogno.
intanto viviamo, vivo, riprendiamo i contatti con la realtà.
il che, giuro, non è poco.
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mercoledì 2 febbraio 2011
Essere madre, essere viva (e il ricordo di un'estate lontana)
Oggi
seduta davanti a mio figlio di undici mesi, compio il rito del farlo mangiare. cucchiaiata dopo cucchiaiata, occhi negli occhi con lui, assaporo le sue smorfie di gradimento e gli sorrido, raccogliendo ogni tanto filini di pastina che sfuggono al controllo e si depositano sul bavaglino, sulla manica del maglione, sui miei pantaloni.
domani a questa stessa ora starò facendo lo stesso, e anche dopodomani e anche tra una settimana.
e io mi beo di questa prevedibilità, di questa sicurezza, perchè di questo ho bisogno, per controllare tutto, per non essere sopraffatta, per viaggiare senza scossoni.
senza scossoni.
Ieri
guido di notte con un'amica seduta al mio fianco che ride e ride. siamo elettrizzate. torniamo da un fallimento di festa estiva in una villa piccola e sporca, in cui però abbiamo incontrato due ragazzi che ci piacciono da sempre e che ci siamo elegantemente spartite. io ho fumato una canna, la prima e l'ultima della mia vita, perchè il tipo che mi piace me l'ha offerta. non m'ha fatto nessun effetto, perchè non ho aspirato il fumo, però avevo bisogno di compiere questo gesto sconsiderato, per placare il pensiero feroce di mia madre che a quest'ora è sola in ospedale e probabilmente non sta dormendo perchè non ci riesce.
parcheggiamo con le ruote sulla sabbia, accanto alla mia auto si ferma quella del tipo che mi piace, che poi è riduttivo dire che mi piace, mi è sempre piaciuto, da quando stava con una mia amica. sono anni che ci giriamo intorno, e continueremo a farlo ancora per un po'.
sotto il cielo stellato corriamo verso il mare, abbiamo indosso già i costumi, l'acqua è nera e punteggiata di arancione in lontananza, le luci del porto di Cagliari, e il fondo è basso e la sabbia è fine.
io nuoto, torno a riva e sorrido al mio riflesso incerto sul pelo dell'acqua.
lui mi guarda con una bottiglia di birra in mano e il viso appoggiato alla mano con fare pensoso, e mi sorride. "tutto questo mi sembra una pubblicità".
poi con lui, dopo centomila cene, aperitivi, appuntamenti, fidanzamenti e sfidanzamenti con altre persone, nascerà e resterà solo una bella amicizia.
quell'estate stessa mia madre morirà.
l'anno seguente incontrerò il Papà.
******
questo per dire che cambiamo. che la vita ci fa cambiare, impone nuovi ritmi, nuovi contorni.
che certo, l'adrenalina in circolo la sentivo nuotando di notte al Poetto, non sfamando il mio bambino. la sentivo andandomene di corsa un po' fumata da una festa, non cercando lavoro, pensando al futuro, andando a svegliare il piccolo dal pisolino pomeridiano e sollevandolo dal lettino, tutto arruffato come un pulcino.
avevo un flirt di tutto rispetto con un tizio affascinante, oggi ho un compagno con cui ho costruito una fortezza di amore e rispetto. e un figlio.
e se stasera mi trovassi a imbellettarmi per una festa e ad architettare un piano con l'amica del cuore per trovarci il tipo che mi piace, avrei certo il fiato corto e le guance rosse rosse, ma so che dentro di me una voce reclamerebbe il suo diritto a crescere, a cambiare, a diventare madre.
per questo non la vorrei replicare quella serata, oggi.
penso "vorrei trovare un compromesso!", ma la realtà è che il compromesso è già questo, è il mio modo di essere selvaggia e svitata e sulle nuvole, eppure madre, eppure trentunenne, eppure compagna fedele.
eppure, viva.
seduta davanti a mio figlio di undici mesi, compio il rito del farlo mangiare. cucchiaiata dopo cucchiaiata, occhi negli occhi con lui, assaporo le sue smorfie di gradimento e gli sorrido, raccogliendo ogni tanto filini di pastina che sfuggono al controllo e si depositano sul bavaglino, sulla manica del maglione, sui miei pantaloni.
domani a questa stessa ora starò facendo lo stesso, e anche dopodomani e anche tra una settimana.
e io mi beo di questa prevedibilità, di questa sicurezza, perchè di questo ho bisogno, per controllare tutto, per non essere sopraffatta, per viaggiare senza scossoni.
senza scossoni.
Ieri
guido di notte con un'amica seduta al mio fianco che ride e ride. siamo elettrizzate. torniamo da un fallimento di festa estiva in una villa piccola e sporca, in cui però abbiamo incontrato due ragazzi che ci piacciono da sempre e che ci siamo elegantemente spartite. io ho fumato una canna, la prima e l'ultima della mia vita, perchè il tipo che mi piace me l'ha offerta. non m'ha fatto nessun effetto, perchè non ho aspirato il fumo, però avevo bisogno di compiere questo gesto sconsiderato, per placare il pensiero feroce di mia madre che a quest'ora è sola in ospedale e probabilmente non sta dormendo perchè non ci riesce.
parcheggiamo con le ruote sulla sabbia, accanto alla mia auto si ferma quella del tipo che mi piace, che poi è riduttivo dire che mi piace, mi è sempre piaciuto, da quando stava con una mia amica. sono anni che ci giriamo intorno, e continueremo a farlo ancora per un po'.
sotto il cielo stellato corriamo verso il mare, abbiamo indosso già i costumi, l'acqua è nera e punteggiata di arancione in lontananza, le luci del porto di Cagliari, e il fondo è basso e la sabbia è fine.
io nuoto, torno a riva e sorrido al mio riflesso incerto sul pelo dell'acqua.
lui mi guarda con una bottiglia di birra in mano e il viso appoggiato alla mano con fare pensoso, e mi sorride. "tutto questo mi sembra una pubblicità".
poi con lui, dopo centomila cene, aperitivi, appuntamenti, fidanzamenti e sfidanzamenti con altre persone, nascerà e resterà solo una bella amicizia.
quell'estate stessa mia madre morirà.
l'anno seguente incontrerò il Papà.
******
questo per dire che cambiamo. che la vita ci fa cambiare, impone nuovi ritmi, nuovi contorni.
che certo, l'adrenalina in circolo la sentivo nuotando di notte al Poetto, non sfamando il mio bambino. la sentivo andandomene di corsa un po' fumata da una festa, non cercando lavoro, pensando al futuro, andando a svegliare il piccolo dal pisolino pomeridiano e sollevandolo dal lettino, tutto arruffato come un pulcino.
avevo un flirt di tutto rispetto con un tizio affascinante, oggi ho un compagno con cui ho costruito una fortezza di amore e rispetto. e un figlio.
e se stasera mi trovassi a imbellettarmi per una festa e ad architettare un piano con l'amica del cuore per trovarci il tipo che mi piace, avrei certo il fiato corto e le guance rosse rosse, ma so che dentro di me una voce reclamerebbe il suo diritto a crescere, a cambiare, a diventare madre.
per questo non la vorrei replicare quella serata, oggi.
penso "vorrei trovare un compromesso!", ma la realtà è che il compromesso è già questo, è il mio modo di essere selvaggia e svitata e sulle nuvole, eppure madre, eppure trentunenne, eppure compagna fedele.
eppure, viva.
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ritrovarsi
lunedì 31 gennaio 2011
Le tue doti di madre
alcune di queste "doti" le possedevo già.
altre sono venute fuori apparentemente dal nulla, rendendomi una persona parzialmente diversa dall'originale. tipo...senso pratico? chi? io che vivevo sulla nuvoletta bianca nel cielo celeste? dite a me??
ogni giorno mi meraviglio un po' di quel che sto diventando.
perciò eccovi un breve (e non esaustivo) elenco.
la pazienza
anche quando sono le due del pomeriggio e il pupo non vuole saperne di dormire e tu non hai ancora pranzato..... quando giochi col piccolo che vuole per forza metterti le dita nel naso, perché la cosa lo fa morire dalle risate.... anche quando aspetti trepidante che il Papà torni da lavoro perché hai un disperato bisogno di stenderti sul divano dieci minuti, e invece lui ti dice che non sta bene, che ha mal di testa e per favore i cani li porti fuori tu?.....quando cerchi comprensione e non ce n'è, ma continui lo stesso a fare la madre
la caparbietà
nel seguire la routine del tuo bambino, nel cadenzare le sue giornate con tappe rassicuranti, nel fargli il bagnetto ogni sera anche se evidentemente non è sporco, perché però a lui piace tanto, e si diverte.... nel fare come hai deciso anche se gli altri avanzano dubbi, nel seguire l'istinto, nell'assumerti la responsabilità di decidere per tuo figlio cosa è bene per lui
l' autostima
che ti fa andare avanti anche quando tutto il resto sembra andare a rotoli
il senso pratico
che ti fa stabilire con ore di anticipo cosa portare quando esci col bimbo, che ti fa preparare il pranzo da mettere nel thermos senza troppo anticipo ma nemmeno all'ultimo momento, che ti permette di pulire, riordinare, lavarti, lavare e vestire lui e uscire di casa senza (troppi) intoppi, che scandisce le fasi della giornata con saggia razionalità, facendoti adeguare al suo umore, alla sua stanchezza, alle sue esigenze.
la tenerezza
che ti rende la madre migliore per tuo figlio. che ti fa compiere gesti che sembrano custoditi in una memoria antica, gesti che compiva tua madre, e la madre di tua madre. che ti fa comprendere quando è il caso di insistere con una regola, un divieto, una routine, e quando no. che ti fa commuovere nel vedere il fagotto caracollare tra i giochi nel tentativo di raggiungerti e aggrapparsi a te. che si è impadronita di te nell'istante in cui è nato, che fa parte del tuo odore, della tua voce, di tutto quello che lui vede di te
l'empatia
quel filo invisibile che ti unisce al bambino e che senti tirare quando lui ha la febbre, mal di denti, quando è stanco, quando ha bisogno di te, quando vuole esplorare il mondo senza di te, e ti adegua alle sue necessità, sempre. che ti chiama da una stanza all'altra quando sta per succedere qualcosa che non deve, quando lui non sta bene, quando ha solo voglia di metterti le braccia al collo e darti un bacio appassionato, per ricompensarti di tutto quello che fai per lui
altre sono venute fuori apparentemente dal nulla, rendendomi una persona parzialmente diversa dall'originale. tipo...senso pratico? chi? io che vivevo sulla nuvoletta bianca nel cielo celeste? dite a me??
ogni giorno mi meraviglio un po' di quel che sto diventando.
perciò eccovi un breve (e non esaustivo) elenco.
la pazienza
anche quando sono le due del pomeriggio e il pupo non vuole saperne di dormire e tu non hai ancora pranzato..... quando giochi col piccolo che vuole per forza metterti le dita nel naso, perché la cosa lo fa morire dalle risate.... anche quando aspetti trepidante che il Papà torni da lavoro perché hai un disperato bisogno di stenderti sul divano dieci minuti, e invece lui ti dice che non sta bene, che ha mal di testa e per favore i cani li porti fuori tu?.....quando cerchi comprensione e non ce n'è, ma continui lo stesso a fare la madre
la caparbietà
nel seguire la routine del tuo bambino, nel cadenzare le sue giornate con tappe rassicuranti, nel fargli il bagnetto ogni sera anche se evidentemente non è sporco, perché però a lui piace tanto, e si diverte.... nel fare come hai deciso anche se gli altri avanzano dubbi, nel seguire l'istinto, nell'assumerti la responsabilità di decidere per tuo figlio cosa è bene per lui
l' autostima
che ti fa andare avanti anche quando tutto il resto sembra andare a rotoli
il senso pratico
che ti fa stabilire con ore di anticipo cosa portare quando esci col bimbo, che ti fa preparare il pranzo da mettere nel thermos senza troppo anticipo ma nemmeno all'ultimo momento, che ti permette di pulire, riordinare, lavarti, lavare e vestire lui e uscire di casa senza (troppi) intoppi, che scandisce le fasi della giornata con saggia razionalità, facendoti adeguare al suo umore, alla sua stanchezza, alle sue esigenze.
la tenerezza
che ti rende la madre migliore per tuo figlio. che ti fa compiere gesti che sembrano custoditi in una memoria antica, gesti che compiva tua madre, e la madre di tua madre. che ti fa comprendere quando è il caso di insistere con una regola, un divieto, una routine, e quando no. che ti fa commuovere nel vedere il fagotto caracollare tra i giochi nel tentativo di raggiungerti e aggrapparsi a te. che si è impadronita di te nell'istante in cui è nato, che fa parte del tuo odore, della tua voce, di tutto quello che lui vede di te
l'empatia
quel filo invisibile che ti unisce al bambino e che senti tirare quando lui ha la febbre, mal di denti, quando è stanco, quando ha bisogno di te, quando vuole esplorare il mondo senza di te, e ti adegua alle sue necessità, sempre. che ti chiama da una stanza all'altra quando sta per succedere qualcosa che non deve, quando lui non sta bene, quando ha solo voglia di metterti le braccia al collo e darti un bacio appassionato, per ricompensarti di tutto quello che fai per lui
venerdì 12 novembre 2010
Un uomo elegante al semaforo
Stamattina camminavo per la mia città sotto un maestrale tagliente spingendo un passeggino urlante. ero spettinata dal vento e vagamente isterica.
ad un semaforo incontro un uomo elegante in completo grigio e cappotto sotto il braccio, che mi guarda sorpreso, "Ma sei tu! che ci fai qui?? ma hai un figlio, complimenti!".
il mio ex capo studio, o dominus come si dice, anche se suona sadomaso.
colui che nutriva tante e tali lusinghiere speranze in me, e nel fatto che lavorassi con lui anche dopo l'esame da avvocato.
poi ho cambiato città e niente. alla domanda "cosa stai facendo?", rispondo il solito, Roma, mamma.
non è verissimo.
rispondo ovviamente Roma, per dare subito un respiro metropolitano all'idea della vita che faccio, e poi aggiungo per ora la mamma poi devo vedere, fare, decidere.
bugiarda.
ora, per inciso, nello specifico ho pensato che il mio fare la mamma risultasse in quel momento meno bello del previsto, visto l'urlo belluino che proveniva dal passeggino sotto di noi.
solite frasi di circostanza, eh è nervoso, no non è colpa tua, sì è un bel bimbo grazie, oh certo sei di fretta vai pure sai anche io bla bla bla.
e poi son rimasta sola al semaforo perchè la ruota del passeggino si è incastrata e nel frattempo è scattato il rosso e niente, i clacson, le macchine, il cappotto svolazzante in lontananza, la testa brizzolata già sull'altro marciapiede verso chissà quali arrapanti questioni legali, e il vento che sibilava gelido. il bambino coi lacrimoni, e pure io. una voglia pazzesca di rintanarmi a casa mia e non uscirne più.
perchè?
ho mille spiegazioni, ma nessuna che sia razionale.
amo la mia condizione, ma a volte mi mancano certe situazioni in cui la mia vita di prima mi calava. o forse sono condizionata da quel retaggio culturale per cui essere mamma non è abbastanza, bisogna anche dimostrare qualcos'altro, soprattutto agli uomini in completo grigio che stimiamo tanto e che ci stimavano, e la cui mano che voleva condurci per il mondo professionale noi abbiamo lasciato per prendere altre strade.
mi sono trascinata a casa pensando, nel più classico dei clichès, che neppure la mamma so fare, se mio figlio piange disperato e non so perchè.
in cucina mi sono messa a preparargli la pappa avvolta da una solitudine devastante mentre lui, calmatosi, sul seggiolone ciucciava un panino.
mentre la pastina cuoceva mi sono seduta accanto a lui e ho guardato la testolina bionda del mio bambino, le sue guance rosse e i suoi occhioni scuri che indagavano i miei tra i singhiozzi, e ho pensato che a lui basta questo, avermi con sè, calma e rassicurante.
ho pensato che mi faccio un sacco di complessi, dando per scontate un sacco di cose, tra cui che tutto sarebbe andato in un certo modo, mentre invece chissà. e che, se pure fosse andato tutto in quel modo, non sarebbe di certo meglio che accarezzare queste guanciotte.
ho pensato che, per quanta tenerezza possa aver fatto al mio ex dominus in elegante completo grigio, ho un pozzo di ricchezza cui attingere, e che il lavoro verrà, quando sarò pronta, diverso da come l'ho immaginato finora e adatto alla nuova me, a noi.
ho pensato che è molto triste e molto ingiusto che sia così difficile per una mamma stare al mondo.
ci sono due versioni di ogni fatto che ci tocca. due diversi modi di interpretarlo.
ogni cosa può impoverirci o, al contrario, arricchirci.
io vorrei essere più ricca, tutta amore.
ce la voglio fare.
ad un semaforo incontro un uomo elegante in completo grigio e cappotto sotto il braccio, che mi guarda sorpreso, "Ma sei tu! che ci fai qui?? ma hai un figlio, complimenti!".
il mio ex capo studio, o dominus come si dice, anche se suona sadomaso.
colui che nutriva tante e tali lusinghiere speranze in me, e nel fatto che lavorassi con lui anche dopo l'esame da avvocato.
poi ho cambiato città e niente. alla domanda "cosa stai facendo?", rispondo il solito, Roma, mamma.
non è verissimo.
rispondo ovviamente Roma, per dare subito un respiro metropolitano all'idea della vita che faccio, e poi aggiungo per ora la mamma poi devo vedere, fare, decidere.
bugiarda.
ora, per inciso, nello specifico ho pensato che il mio fare la mamma risultasse in quel momento meno bello del previsto, visto l'urlo belluino che proveniva dal passeggino sotto di noi.
solite frasi di circostanza, eh è nervoso, no non è colpa tua, sì è un bel bimbo grazie, oh certo sei di fretta vai pure sai anche io bla bla bla.
e poi son rimasta sola al semaforo perchè la ruota del passeggino si è incastrata e nel frattempo è scattato il rosso e niente, i clacson, le macchine, il cappotto svolazzante in lontananza, la testa brizzolata già sull'altro marciapiede verso chissà quali arrapanti questioni legali, e il vento che sibilava gelido. il bambino coi lacrimoni, e pure io. una voglia pazzesca di rintanarmi a casa mia e non uscirne più.
perchè?
ho mille spiegazioni, ma nessuna che sia razionale.
amo la mia condizione, ma a volte mi mancano certe situazioni in cui la mia vita di prima mi calava. o forse sono condizionata da quel retaggio culturale per cui essere mamma non è abbastanza, bisogna anche dimostrare qualcos'altro, soprattutto agli uomini in completo grigio che stimiamo tanto e che ci stimavano, e la cui mano che voleva condurci per il mondo professionale noi abbiamo lasciato per prendere altre strade.
mi sono trascinata a casa pensando, nel più classico dei clichès, che neppure la mamma so fare, se mio figlio piange disperato e non so perchè.
in cucina mi sono messa a preparargli la pappa avvolta da una solitudine devastante mentre lui, calmatosi, sul seggiolone ciucciava un panino.
mentre la pastina cuoceva mi sono seduta accanto a lui e ho guardato la testolina bionda del mio bambino, le sue guance rosse e i suoi occhioni scuri che indagavano i miei tra i singhiozzi, e ho pensato che a lui basta questo, avermi con sè, calma e rassicurante.
ho pensato che mi faccio un sacco di complessi, dando per scontate un sacco di cose, tra cui che tutto sarebbe andato in un certo modo, mentre invece chissà. e che, se pure fosse andato tutto in quel modo, non sarebbe di certo meglio che accarezzare queste guanciotte.
ho pensato che, per quanta tenerezza possa aver fatto al mio ex dominus in elegante completo grigio, ho un pozzo di ricchezza cui attingere, e che il lavoro verrà, quando sarò pronta, diverso da come l'ho immaginato finora e adatto alla nuova me, a noi.
ho pensato che è molto triste e molto ingiusto che sia così difficile per una mamma stare al mondo.
ci sono due versioni di ogni fatto che ci tocca. due diversi modi di interpretarlo.
ogni cosa può impoverirci o, al contrario, arricchirci.
io vorrei essere più ricca, tutta amore.
ce la voglio fare.
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martedì 28 settembre 2010
Ciò che sarebbe stato
da stamattina mi girano in testa questi pensieri.
pensieri oziosi, che non potrei permettermi con tutto quello che ho da fare, ma che frullano e frullano e chiedono sfogo, per essere meglio compresi, per essere accettati.
se le cose fossero andate diversamente, se non avessi conosciuto il Papà o se per qualche motivo tra noi non avesse funzionato, ora vivrei con tutta probabilità ancora in sardegna, a casa con mio padre e mia sorella. lavorerei nello studio che ho lasciato per venire qui, a ritmi tutto sommato blandi, forse sarei ancora alle prese col concorso.
il rapporto con mia sorella sarebbe più o meno lo stesso, cioè simbiotico, senza la distanza fisica a scoperchiare le nostre abissali diversità, lei perfettina e insicura, io selvatica e rissosa.
avrei un'esistenza pacifica, o magari al contrario irrequieta, tra le mura sicure di una città conosciuta a menadito e con meccanismi antichi e collaudati. avrei le mie amiche, i miei amici, le mie uscite il venerdì, i caffè al bar del tribunale, i pranzi in spiaggia e le sessioni di shopping con mia sorella. tutto come l'ho lasciato. chiacchiere e gossip di provincia. qualche viaggetto oltretirreno. poca consapevolezza. il dolore che avevo dentro non avrebbe trovato il mio terapeuta romano, e chissà dove sarebbe finito.
invece sono qui.
in una città che amo e odio con tutta me stessa, che mi fa tremare di rabbia i polsi alla guida della mia auto nel traffico maledetto e inspiegabile che la ingolfa.
senza lavoro, perchè qui a quanto pare con la mia laurea e il mio titolo e il mio cv mi ci posso anche fare un aeroplanino di carta, tanto per dire che sono serviti a qualcosa.
con un compagno che amo e che mi ama, ma con cui sperimento giocoforza non solo le vette d'amore e di complicità, ma anche gli abissi dell'insofferenza reciproca. e si presume (si spera) che sia per sempre.
in parte sono sempre la stessa, in parte no. sono molto più riflessiva e attenta a come mi muovo. mi sposto a tentoni nella metropoli che non mi appertiene. non so che ne sarà del mio lavoro, perchè fare l'avvocato a roma è impossibile, per come la vedo io, o quanto meno non è compatibile con una qualità della vita sostenibile, nè con la maternità come io la intendo.
e poi c'è mio figlio, che ovviamente resta fuori da tutto questo soppesare. se guardo lui è evidente che nulla regge, al confronto.
è strano, ma ad un certo punto della mia vita mi sono trovata a un bivio e ho preso una delle strade. non c'erano scorciatoie nè zone per la sosta nè possibili alternative, dovevo scegliere e l'ho fatto, non senza soffrire. mia mamma era morta l'anno prima e io mi sentivo in colpa ad andarmene, ma non potevo farne a meno. volevo vivere. amavo il Papà e questo non è cambiato. siamo cambiati noi come coppia ma in meglio, e sempre con margini di miglioramento ulteriore.
oggi sono qui e questo non cambia, per il momento. coi miei sogni, con la mia irrequietezza, tutto temperato dal mio bambino, che mi ha resa più adulta e più sincera. certa che le cose cambieranno nel tempo, a favore mio e della mia buona disposizione. madre e compagna ma non solo, anche l'animale selvatico che sono sempre stata.
felice, se mi guardo dentro obiettivamente e spassionatamente. capace di amare, ancora.
e questo è l'importante.
pensieri oziosi, che non potrei permettermi con tutto quello che ho da fare, ma che frullano e frullano e chiedono sfogo, per essere meglio compresi, per essere accettati.
se le cose fossero andate diversamente, se non avessi conosciuto il Papà o se per qualche motivo tra noi non avesse funzionato, ora vivrei con tutta probabilità ancora in sardegna, a casa con mio padre e mia sorella. lavorerei nello studio che ho lasciato per venire qui, a ritmi tutto sommato blandi, forse sarei ancora alle prese col concorso.
il rapporto con mia sorella sarebbe più o meno lo stesso, cioè simbiotico, senza la distanza fisica a scoperchiare le nostre abissali diversità, lei perfettina e insicura, io selvatica e rissosa.
avrei un'esistenza pacifica, o magari al contrario irrequieta, tra le mura sicure di una città conosciuta a menadito e con meccanismi antichi e collaudati. avrei le mie amiche, i miei amici, le mie uscite il venerdì, i caffè al bar del tribunale, i pranzi in spiaggia e le sessioni di shopping con mia sorella. tutto come l'ho lasciato. chiacchiere e gossip di provincia. qualche viaggetto oltretirreno. poca consapevolezza. il dolore che avevo dentro non avrebbe trovato il mio terapeuta romano, e chissà dove sarebbe finito.
invece sono qui.
in una città che amo e odio con tutta me stessa, che mi fa tremare di rabbia i polsi alla guida della mia auto nel traffico maledetto e inspiegabile che la ingolfa.
senza lavoro, perchè qui a quanto pare con la mia laurea e il mio titolo e il mio cv mi ci posso anche fare un aeroplanino di carta, tanto per dire che sono serviti a qualcosa.
con un compagno che amo e che mi ama, ma con cui sperimento giocoforza non solo le vette d'amore e di complicità, ma anche gli abissi dell'insofferenza reciproca. e si presume (si spera) che sia per sempre.
in parte sono sempre la stessa, in parte no. sono molto più riflessiva e attenta a come mi muovo. mi sposto a tentoni nella metropoli che non mi appertiene. non so che ne sarà del mio lavoro, perchè fare l'avvocato a roma è impossibile, per come la vedo io, o quanto meno non è compatibile con una qualità della vita sostenibile, nè con la maternità come io la intendo.
e poi c'è mio figlio, che ovviamente resta fuori da tutto questo soppesare. se guardo lui è evidente che nulla regge, al confronto.
è strano, ma ad un certo punto della mia vita mi sono trovata a un bivio e ho preso una delle strade. non c'erano scorciatoie nè zone per la sosta nè possibili alternative, dovevo scegliere e l'ho fatto, non senza soffrire. mia mamma era morta l'anno prima e io mi sentivo in colpa ad andarmene, ma non potevo farne a meno. volevo vivere. amavo il Papà e questo non è cambiato. siamo cambiati noi come coppia ma in meglio, e sempre con margini di miglioramento ulteriore.
oggi sono qui e questo non cambia, per il momento. coi miei sogni, con la mia irrequietezza, tutto temperato dal mio bambino, che mi ha resa più adulta e più sincera. certa che le cose cambieranno nel tempo, a favore mio e della mia buona disposizione. madre e compagna ma non solo, anche l'animale selvatico che sono sempre stata.
felice, se mi guardo dentro obiettivamente e spassionatamente. capace di amare, ancora.
e questo è l'importante.
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mercoledì 25 agosto 2010
Coru meu, fonte 'ia gradessida...
In sos muntonarzos sos disamparados
chirchende ricattu, chirchende
in mezu a sa zente in mesu
a s'istrada dimandende
sa vida s'ischidat pranghende
bois fizus e' niunu
in sos annos irmenticados
tue n'dhas sole chimbantunu
ma parent chent'annos...
Coru meu fonte' ia gradessida
gai purudeu potho ber' sa vida...
Non ricordo che anno fosse, ma i Tazenda cantavano, con un Pierangelo Bertoli che non ho mai più dimenticato, una canzone che da quel momento mi ha sempre risuonato in testa, ogni volta che sono tornata a casa, ogni volta che me ne sono allontanata, ogni volta che mi sono sentita sola. una canzone che a sanremo ha straperso, e che parla di una sera di luna in un paesaggio sardo dimenticato dal mondo, con i "disamparados", i bimbi poveri per strada, con volti di pietra e strade di fango, in un cercarsi di mani, in un rincorrere un sogno mancato... alla voce profonda e poetica di Bertoli si contrapponeva quella pulita e così sarda di Andrea Parodi, purtroppo scomparso da poco, in un alternarsi di italiano e dialetto logudorese, ma dovrei dire lingua sarda, che a me ha fatto venire tali brividi nell'ascoltarle che ancora mi emoziono ogni volta.
riascolto questa canzone, la canto a mio figlio e qualche lacrima scende inevitabilmente, perchè nessuno come un sardo sa cosa significhi andare a vivere lontano, e poi tornare per qualche giorno, e sentir lottare dentro di sè il sollievo di essersi salvati da quelle "sponde sicure" e la nostalgia, tagliente, per quel mare per quelle facce per quella natura brulla e profumata.
mi manca quella spiaggia immensa sulla quale ho parcheggiato la macchina, ho fatto festa, ho baciato molti ragazzi e preso innumerevoli caffè e aperitivi, con davanti agli occhi sempre la stessa sella sulla montagna, confrontandomi con sempre le stesse facce con cui ci conoscevamo da una vita, sentendomi perfettamente a mio agio in un posto che mi apparteneva del tutto e che mi domando se mi appartiene ancora.
mi resta l'amore per la mia terra, se non altro. l'ho lasciata per amore e per disperazione, per una città che mi ha inghiottita in una spirale di velocità persone momenti e asfalto, regalandomi una me stessa nuova e più rapida e sicura, ma di certo meno poetica, meno riflessiva, meno paziente.
da quando me ne sono andata ho smesso di suonare il piano, di scrivere poesie, di sentirmi unica al mondo, ho però intrapreso tante altre cose che mi hanno fatta crescere, e non da ultimo ho coltivato il rapporto e la convivenza col mio compagno.
sono consapevole che solo l'andarmene mi abbia reso evidente cosa significasse vivere là, perchè per venticinque anni l'ho dato per scontato, negandogli qualsiasi valore che non fosse il mare, mentre era un continuo sentirmi accolta, una sensazione di appartenenza a quei luoghi selvaggi, ai paesini più miseri, all'ultimo angolo di pietra dell'ultima stradina sporca, alla lingua incomprensibile parlata tra le vie del castello di cagliari, a tutte e dico tutte le persone che incontravo, tutte accomunate dall'essere chiuse sull'isola, tutte diffidenti e insicure nei confronti dello straniero.
mi manca casa mia col suo odore di pietra o forse mi mancano di più mio padre e mia sorella, o forse ancora mi manca la nostra vita quando c'era ancora mia madre e nessuno mi avrebbe mai convinta che un giorno me ne sarei andata.
ancora non so se ho fatto bene. ma poi che vuol dire? è stata una scelta, fatta a venticinque anni, che in quel momento si imponeva con forza e che ho preso come prendo tutte le mie scelte, con un taglio netto ai dubbi, ma che a posteriori mi ha resa orgogliosa, perchè sarebbe stato più facile restare, e me ne rendo conto solo ora.
"spunta la luna dal monte". non c'è nessun posto al mondo in cui la luna si affacci dai monti come nella mia amata terra
chirchende ricattu, chirchende
in mezu a sa zente in mesu
a s'istrada dimandende
sa vida s'ischidat pranghende
bois fizus e' niunu
in sos annos irmenticados
tue n'dhas sole chimbantunu
ma parent chent'annos...
Coru meu fonte' ia gradessida
gai purudeu potho ber' sa vida...
Non ricordo che anno fosse, ma i Tazenda cantavano, con un Pierangelo Bertoli che non ho mai più dimenticato, una canzone che da quel momento mi ha sempre risuonato in testa, ogni volta che sono tornata a casa, ogni volta che me ne sono allontanata, ogni volta che mi sono sentita sola. una canzone che a sanremo ha straperso, e che parla di una sera di luna in un paesaggio sardo dimenticato dal mondo, con i "disamparados", i bimbi poveri per strada, con volti di pietra e strade di fango, in un cercarsi di mani, in un rincorrere un sogno mancato... alla voce profonda e poetica di Bertoli si contrapponeva quella pulita e così sarda di Andrea Parodi, purtroppo scomparso da poco, in un alternarsi di italiano e dialetto logudorese, ma dovrei dire lingua sarda, che a me ha fatto venire tali brividi nell'ascoltarle che ancora mi emoziono ogni volta.
riascolto questa canzone, la canto a mio figlio e qualche lacrima scende inevitabilmente, perchè nessuno come un sardo sa cosa significhi andare a vivere lontano, e poi tornare per qualche giorno, e sentir lottare dentro di sè il sollievo di essersi salvati da quelle "sponde sicure" e la nostalgia, tagliente, per quel mare per quelle facce per quella natura brulla e profumata.
mi manca quella spiaggia immensa sulla quale ho parcheggiato la macchina, ho fatto festa, ho baciato molti ragazzi e preso innumerevoli caffè e aperitivi, con davanti agli occhi sempre la stessa sella sulla montagna, confrontandomi con sempre le stesse facce con cui ci conoscevamo da una vita, sentendomi perfettamente a mio agio in un posto che mi apparteneva del tutto e che mi domando se mi appartiene ancora.
mi resta l'amore per la mia terra, se non altro. l'ho lasciata per amore e per disperazione, per una città che mi ha inghiottita in una spirale di velocità persone momenti e asfalto, regalandomi una me stessa nuova e più rapida e sicura, ma di certo meno poetica, meno riflessiva, meno paziente.
da quando me ne sono andata ho smesso di suonare il piano, di scrivere poesie, di sentirmi unica al mondo, ho però intrapreso tante altre cose che mi hanno fatta crescere, e non da ultimo ho coltivato il rapporto e la convivenza col mio compagno.
sono consapevole che solo l'andarmene mi abbia reso evidente cosa significasse vivere là, perchè per venticinque anni l'ho dato per scontato, negandogli qualsiasi valore che non fosse il mare, mentre era un continuo sentirmi accolta, una sensazione di appartenenza a quei luoghi selvaggi, ai paesini più miseri, all'ultimo angolo di pietra dell'ultima stradina sporca, alla lingua incomprensibile parlata tra le vie del castello di cagliari, a tutte e dico tutte le persone che incontravo, tutte accomunate dall'essere chiuse sull'isola, tutte diffidenti e insicure nei confronti dello straniero.
mi manca casa mia col suo odore di pietra o forse mi mancano di più mio padre e mia sorella, o forse ancora mi manca la nostra vita quando c'era ancora mia madre e nessuno mi avrebbe mai convinta che un giorno me ne sarei andata.
ancora non so se ho fatto bene. ma poi che vuol dire? è stata una scelta, fatta a venticinque anni, che in quel momento si imponeva con forza e che ho preso come prendo tutte le mie scelte, con un taglio netto ai dubbi, ma che a posteriori mi ha resa orgogliosa, perchè sarebbe stato più facile restare, e me ne rendo conto solo ora.
"spunta la luna dal monte". non c'è nessun posto al mondo in cui la luna si affacci dai monti come nella mia amata terra
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mercoledì 7 luglio 2010
Assecondare la vita. Di scelte e concorsi lasciati perdere
Riesco a scrivere un po' approfittando di quest'ora di pace. il nano dorme ancora, stroncato da una doppia poppata, e la ddp non è ancora arrivata.
ho già portato fuori i cani e fatto colazione, e la casa non è ancora un forno.
guardo mio figlio dormire, innocente e beato, nella bambagia dei suoi 4 mesi e rotti di vita intensa e tenera. mi fa effetto pensare che neanche 5 mesi fa era ancora nella mia pancia, silenzioso e nascosto ai miei occhi che, oggi, sono pazzi di lui.
lo guardo dormire e penso alle scelte che ho fatto.
perchè oggi avrei dovuto essere, secondo i piani fatti all'inizio, da un'altra parte di questa città, a fare un concorso importante. un concorso che ho rinunciato a fare perchè non ho avuto tempo e testa per studiare. perchè non mi sentivo di lasciare per 4 giorni il piccolo, nè di assentarmi "mentalmente" per tutte le settimane precedenti.
sentivo che lui aveva bisogno di una mamma presente e dedita a lui.
sentivo che mi sarei pentita di ogni istante, ogni capriola, ogni gridolino persi.
sentivo che mi stavo facendo una violenza, a continuare a stare sui libri mentre la sua vita scorreva alla velocità della luce, tanto veloce che anche così fatico a starci dietro, a volte.
sentivo che una scelta andava fatta, seguirlo e godermelo appieno o abdicare temporaneamente al ruolo di madre e fare la donna ambiziosa (pure con tutti i "ma lo faccio anche per lui").
sentivo, infine, che non ne valeva nemmeno la pena.
così eccomi qui.
ancora stropicciata da un risveglio che mi ha ricordato subito che giorno fosse. mentre nel buio fresco e silenzioso della camera allattavo il piccolo che ad occhi chiusi faceva scorrere la manina sudata sulla mia pelle, ho pensato "a quest'ora potevo essere in fila all'ingresso con le altre migliaia di candidati, sudata, impaurita, affannata, a sentirmi tutto fuorchè una madre, a coltivare un'ambizione, a dirmi che nulla è cambiato, sono sempre la stessa".
ma non sono la stessa. e TUTTO è cambiato. almeno per ora.
e non mi dispiace nemmeno.
ho capito che sto solo assecondando la vita.
la vita mi ha fatto crescere.
mi ha fatto incontrare il mio compagno, Lui, e ci ha fatti innamorare.
mi ha fatto andare a vivere con lui, cambiare città, rimettere in discussione le mie convinzioni di ragazzina cresciuta nell'agio.
mi ha fatto restare incinta il tempo di dire "e se facessimo un figlio?".
e mi ha regalato questa perla meravigliosa, quest'ometto irresistibile che continua a dormire come se avesse capito che la mamma ha bisogno di buttare giù quello che sente.
penso alle persone che conosco da una vita, che quando torno a casa mia e le vedo, dopo tanti anni sono sempre le stesse.
così ho maturato la convinzione che la vita va assecondata, avendo rispetto dei tempi propri e degli altri. e delle proprie scelte. sono cambiata, sto cambiando, e non solo non ne ho paura ma guardo con stupore questa nuova me che si barcamena nella sua esistenza nuova di zecca. che ha imparato a prendersi cura di un neonato. che ha imparato ad amare incondizionatamente. che ha affrontato i nove mesi di gravidanza come una sfida personale contro l'ipocondria e le paure irrazionali, VINCENDOLE.
ora che ho scritto, anche se molto avrei ancora da dire, sto meglio. ho fatto chiarezza in me.
ci saranno altre occasioni, altri treni, altre scelte.
altri momenti, altre stagioni.
io, stavolta, saluto tutti e mi allontano col mio fagotto in braccio, incontro all'estate, alla vita, all'amore puro.
:)
ho già portato fuori i cani e fatto colazione, e la casa non è ancora un forno.
guardo mio figlio dormire, innocente e beato, nella bambagia dei suoi 4 mesi e rotti di vita intensa e tenera. mi fa effetto pensare che neanche 5 mesi fa era ancora nella mia pancia, silenzioso e nascosto ai miei occhi che, oggi, sono pazzi di lui.
lo guardo dormire e penso alle scelte che ho fatto.
perchè oggi avrei dovuto essere, secondo i piani fatti all'inizio, da un'altra parte di questa città, a fare un concorso importante. un concorso che ho rinunciato a fare perchè non ho avuto tempo e testa per studiare. perchè non mi sentivo di lasciare per 4 giorni il piccolo, nè di assentarmi "mentalmente" per tutte le settimane precedenti.
sentivo che lui aveva bisogno di una mamma presente e dedita a lui.
sentivo che mi sarei pentita di ogni istante, ogni capriola, ogni gridolino persi.
sentivo che mi stavo facendo una violenza, a continuare a stare sui libri mentre la sua vita scorreva alla velocità della luce, tanto veloce che anche così fatico a starci dietro, a volte.
sentivo che una scelta andava fatta, seguirlo e godermelo appieno o abdicare temporaneamente al ruolo di madre e fare la donna ambiziosa (pure con tutti i "ma lo faccio anche per lui").
sentivo, infine, che non ne valeva nemmeno la pena.
così eccomi qui.
ancora stropicciata da un risveglio che mi ha ricordato subito che giorno fosse. mentre nel buio fresco e silenzioso della camera allattavo il piccolo che ad occhi chiusi faceva scorrere la manina sudata sulla mia pelle, ho pensato "a quest'ora potevo essere in fila all'ingresso con le altre migliaia di candidati, sudata, impaurita, affannata, a sentirmi tutto fuorchè una madre, a coltivare un'ambizione, a dirmi che nulla è cambiato, sono sempre la stessa".
ma non sono la stessa. e TUTTO è cambiato. almeno per ora.
e non mi dispiace nemmeno.
ho capito che sto solo assecondando la vita.
la vita mi ha fatto crescere.
mi ha fatto incontrare il mio compagno, Lui, e ci ha fatti innamorare.
mi ha fatto andare a vivere con lui, cambiare città, rimettere in discussione le mie convinzioni di ragazzina cresciuta nell'agio.
mi ha fatto restare incinta il tempo di dire "e se facessimo un figlio?".
e mi ha regalato questa perla meravigliosa, quest'ometto irresistibile che continua a dormire come se avesse capito che la mamma ha bisogno di buttare giù quello che sente.
penso alle persone che conosco da una vita, che quando torno a casa mia e le vedo, dopo tanti anni sono sempre le stesse.
così ho maturato la convinzione che la vita va assecondata, avendo rispetto dei tempi propri e degli altri. e delle proprie scelte. sono cambiata, sto cambiando, e non solo non ne ho paura ma guardo con stupore questa nuova me che si barcamena nella sua esistenza nuova di zecca. che ha imparato a prendersi cura di un neonato. che ha imparato ad amare incondizionatamente. che ha affrontato i nove mesi di gravidanza come una sfida personale contro l'ipocondria e le paure irrazionali, VINCENDOLE.
ora che ho scritto, anche se molto avrei ancora da dire, sto meglio. ho fatto chiarezza in me.
ci saranno altre occasioni, altri treni, altre scelte.
altri momenti, altre stagioni.
io, stavolta, saluto tutti e mi allontano col mio fagotto in braccio, incontro all'estate, alla vita, all'amore puro.
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